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IPBES 2026: perché la biodiversità è un tema strategico per imprese, finanza e governance ESG

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IPBES 2026: perché la biodiversità è un tema strategico per imprese, finanza e governance ESG

Indice

Biodiversità ed economia: cosa dice il report IPBES 2026

Il report Business & Biodiversity pubblicato dall’IPBES nel 2026 segna un punto di svolta nel modo in cui il rapporto tra imprese e natura viene inquadrato a livello internazionale. Il messaggio è netto: tutte le aziende dipendono dalla biodiversità e tutte la influenzano, indipendentemente dal settore o dalla percezione che esse stesse hanno del proprio impatto.

L’analisi parte da un dato strutturale: negli ultimi decenni la crescita economica globale è stata accompagnata da una progressiva erosione del capitale naturale. Dal 1992 il capitale prodotto pro capite è aumentato in modo significativo, mentre il capitale naturale ha registrato una contrazione rilevante. Parallelamente, quattordici delle diciotto categorie di contributi della natura risultano in declino. Questo squilibrio indica che il sistema economico sta consumando la propria base biofisica. Non si tratta quindi di una questione meramente ambientale, ma di un tema che incide sulla stabilità economica, finanziaria e sociale. Il report IPBES 2026 sposta così il baricentro del dibattito: la biodiversità non è un ambito “laterale” rispetto alla strategia d’impresa, ma un fattore che condiziona la resilienza dei modelli di business, la solidità delle catene del valore e la capacità di generare valore nel medio-lungo periodo.

Dipendenze e impatti: perché nessuna impresa è “neutrale”

Uno dei passaggi più rilevanti del report IPBES 2026 è l’affermazione secondo cui non esistono imprese “neutrali” rispetto alla biodiversità. Anche le organizzazioni che operano in settori apparentemente lontani dalle risorse naturali dipendono, in modo diretto o indiretto, dai servizi ecosistemici. Il documento distingue tre principali tipologie di dipendenza dalla natura. Le dipendenze materiali riguardano l’utilizzo di materie prime, energia, acqua e risorse genetiche. Le dipendenze regolative fanno riferimento ai servizi ecosistemici che garantiscono la stabilità climatica, l’impollinazione, la qualità dell’acqua o la protezione dal dissesto idrogeologico. Le dipendenze immateriali includono il valore culturale dei territori, il turismo e le attività ricreative.

Accanto alle dipendenze, il report analizza le diverse forme di impatto sulla biodiversità. Alcuni impatti sono diretti, derivanti dalle attività operative di un’impresa; altri sono indiretti, lungo la catena del valore o attraverso effetti sistemici sull’economia. Gli impatti possono essere locali o cumulativi, reversibili o irreversibili, e generare effetti sociali diseguali. Settori come agricoltura intensiva, energia, estrazione mineraria, infrastrutture e trasporti risultano particolarmente esposti. Tuttavia, il messaggio è più ampio: la perdita di biodiversità non è confinata a pochi comparti, ma attraversa l’intera economia. Per le imprese, ciò implica la necessità di riconoscere la propria posizione all’interno di un sistema interconnesso, in cui dipendenze e impatti si distribuiscono lungo tutta la catena del valore.

La perdita di biodiversità genera rischi che non sono soltanto ambientali, ma economici e finanziari

Report IPBES 2026

Biodiversità e rischio ESG: fisico, di transizione e sistemico

Il report IPBES 2026 chiarisce che la perdita di biodiversità genera rischi che non sono soltanto ambientali, ma economici e finanziari. La degradazione degli ecosistemi si traduce in tre principali categorie di rischio ESG per le imprese.

  • I rischi fisici derivano dal deterioramento diretto dei servizi ecosistemici: scarsità di acqua, perdita di fertilità del suolo, interruzioni nelle filiere agricole, aumento della frequenza di eventi estremi. Quando la base naturale si indebolisce, anche la continuità operativa e la disponibilità di input produttivi risultano compromesse.
  • I rischi di transizione emergono invece dal cambiamento del quadro normativo, delle preferenze dei consumatori e delle aspettative degli investitori. Nuove regolamentazioni sulla deforestazione, obblighi di tracciabilità o requisiti di disclosure possono incidere sui modelli di business, penalizzando chi rimane ancorato a logiche di “business as usual”.
  • Infine, i rischi sistemici riguardano la stabilità complessiva dei mercati. La perdita di biodiversità può generare effetti diffusi lungo l’intero sistema economico, amplificando vulnerabilità finanziarie e sociali. In questo senso, la biodiversità non è un tema settoriale, ma un fattore che incide sulla resilienza dell’economia nel suo insieme.

Per le imprese, integrare la biodiversità nel sistema di gestione dei rischi significa riconoscere che la sostenibilità ambientale non è separata dalla solidità finanziaria, ma ne rappresenta una componente strutturale.

Misurare per decidere: strumenti bottom-up e top-down

Uno degli aspetti più operativi del report IPBES 2026 riguarda la misurazione delle dipendenze e degli impatti sulla biodiversità. Il documento sottolinea che non esiste un unico metodo valido per tutte le imprese: la scelta degli strumenti dipende dal contesto, dalla scala di analisi e dalle decisioni da supportare.

  • Gli approcci bottom-up sono particolarmente adatti a livello operativo. Si basano su osservazioni localizzate, monitoraggi diretti e analisi spaziali condotte sui singoli siti produttivi. Questo tipo di misurazione consente di valutare con precisione l’impatto di stabilimenti, cantieri, aziende agricole o infrastrutture su ecosistemi specifici.
  • Gli approcci top-down, invece, operano su una scala più ampia, risultando utili a livello corporate o di portafoglio. Si fondano su dati aggregati e modelli sistemici, permettendo di valutare pressioni e dipendenze lungo l’intera filiera. Per essere efficaci, tali strumenti devono garantire tre criteri fondamentali: copertura (coverage), ossia ampiezza geografica e settoriale; accuratezza (accuracy) nella rappresentazione degli impatti; e responsività (responsiveness), ovvero capacità di cogliere i cambiamenti derivanti dalle azioni aziendali.

La misurazione non è un esercizio tecnico fine a sé stesso. È il presupposto per orientare le decisioni strategiche, definire priorità di intervento e integrare la biodiversità nei sistemi di governance e di risk management.

I quattro livelli di azione per le imprese

Il report IPBES 2026 individua quattro livelli attraverso cui le imprese possono intervenire in modo concreto sul tema biodiversità, superando approcci episodici o meramente comunicativi.

  • Il primo livello è quello delle operations, ossia delle attività operative dirette: stabilimenti, miniere, infrastrutture, aziende agricole. È qui che l’impatto sulla biodiversità si manifesta in modo più immediato. La guida di riferimento è la mitigation hierarchy, che propone una sequenza chiara: evitare l’impatto quando possibile, minimizzarlo se inevitabile, ripristinare gli ecosistemi danneggiati e, solo in ultima istanza, compensare gli impatti residui.
  • Il secondo livello è la value chain. Le imprese non operano in modo isolato e possono influenzare fornitori e clienti attraverso criteri di tracciabilità, filiere deforestation-free, riduzione delle pressioni sugli ecosistemi e coinvolgimento degli attori upstream. È un ambito in cui la responsabilità si estende oltre i confini diretti dell’organizzazione.
  • Il terzo livello riguarda la dimensione corporate, ossia governance e strategia. Qui si definisce lo spazio che la biodiversità assume nei processi decisionali: integrazione nei target aziendali, sistemi di monitoraggio, allocazione delle risorse e prevenzione del greenwashing. Senza un ancoraggio alla governance, le azioni restano frammentate.
  • Infine, il livello portfolio coinvolge banche, investitori e gestori di fondi. Le scelte di allocazione del capitale possono sostenere modelli produttivi ad alta pressione sugli ecosistemi oppure favorire attività orientate alla conservazione e al ripristino. In questo senso, la biodiversità diventa anche una questione finanziaria.

Allocazione del capitale: il vero nodo della transizione

Uno dei dati più significativi evidenziati nel report IPBES 2026 riguarda l’allocazione del capitale. Nel 2023 circa 7,3 trilioni di dollari sono stati indirizzati verso attività con impatti negativi sulla natura — tra cui espansione agricola intensiva, estrazione mineraria ad alta pressione e settori legati alla deforestazione — a fronte di circa 220 miliardi destinati ad attività di conservazione, ripristino o agricoltura rigenerativa. Il rapporto tra capitale “dannoso” e capitale “positivo” è quindi fortemente squilibrato. Questo divario non solo rallenta le iniziative di tutela della biodiversità, ma disincentiva l’emergere di modelli economici alternativi, anche quando potenzialmente sostenibili e profittevoli.

Il nodo della biodiversità diventa così una questione di indirizzo degli investimenti. Se la maggior parte delle risorse finanziarie continua a sostenere attività ad alto impatto, il degrado degli ecosistemi resta strutturale. Al contrario, un progressivo riallineamento del capitale verso soluzioni nature-positive può incidere in modo significativo sulle traiettorie economiche. Per le imprese, questo scenario implica che la biodiversità non è soltanto un tema operativo o reputazionale, ma un fattore che influenza l’accesso ai finanziamenti, la valutazione degli investitori e la competitività nel medio-lungo periodo.

Cosa cambia per le imprese: dalla consapevolezza alla trasformazione strategica

Il report IPBES 2026 non si limita a descrivere una situazione critica, ma invita a un cambiamento strutturale. La perdita di biodiversità non è un fenomeno esterno all’economia: è integrata nel funzionamento dei modelli produttivi attuali. Senza una revisione delle logiche di governance e di allocazione del capitale, le iniziative volontarie rischiano di restare marginali.

Senza una revisione delle logiche di governance e di allocazione del capitale, le iniziative volontarie rischiano di restare marginali.

Report IPBES 2026

Per le imprese, questo significa superare una gestione episodica del tema biodiversità. Non basta adottare singole misure di compensazione o iniziative di responsabilità sociale. È necessario integrare le dipendenze e gli impatti nei processi decisionali, nei sistemi di misurazione delle performance e nelle strategie di lungo periodo. La biodiversità entra così nel perimetro della governance ESG come variabile strutturale: incide sulla resilienza delle catene del valore, sulla stabilità degli input produttivi e sulla credibilità nei confronti di investitori e stakeholder. Le organizzazioni che sapranno tradurre questa consapevolezza in scelte operative e strategiche potranno ridurre l’esposizione ai rischi e cogliere opportunità legate alla transizione verso modelli più sostenibili.

In definitiva, il messaggio del report è duplice: le imprese sono parte del problema, ma possono diventare parte della soluzione. La trasformazione non è solo etica o ambientale, ma economica e sistemica.

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