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VSME: lo standard europeo per rispondere alle richieste ESG dopo l’Omnibus

VSME Pacchetto Omnibus

VSME: lo standard europeo per rispondere alle richieste ESG dopo l’Omnibus

Indice

Il contesto attuale: meno obblighi normativi, più richieste di mercato

Negli ultimi mesi il quadro normativo europeo in materia di sostenibilità d’impresa ha subito una revisione significativa. Con l’introduzione del Pacchetto Omnibus I, la Commissione europea ha scelto di intervenire in modo deciso sugli obblighi di rendicontazione e di due diligence, riducendo in maniera sostanziale la platea delle imprese soggette agli adempimenti più complessi previsti dalla CSRD e dalla CSDDD. Per molte aziende, in particolare di piccole e medie dimensioni, questo cambiamento ha rappresentato una parziale inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti, caratterizzati da un progressivo ampliamento degli obblighi formali in ambito ESG.

La riduzione del perimetro normativo, tuttavia, non coincide con una scomparsa delle richieste di informazioni sulla sostenibilità. Al contrario, il contesto di mercato continua a esercitare una pressione significativa sulle imprese, indipendentemente dalla loro soggezione a obblighi giuridici diretti. Banche, clienti corporate, gruppi multinazionali e controparti commerciali mantengono un forte interesse per dati e indicatori ESG, che vengono sempre più utilizzati nei processi di valutazione del rischio, di concessione del credito, di selezione dei fornitori e di accesso alle catene del valore.

Banche, clienti corporate, gruppi multinazionali e controparti commerciali mantengono un forte interesse per dati e indicatori ESG, che vengono sempre più utilizzati nei processi di valutazione del rischio, di concessione del credito, di selezione dei fornitori e di accesso alle catene del valore.

Questo scollamento apparente tra semplificazione normativa e persistenza delle richieste di mercato è uno degli elementi chiave per comprendere l’attuale fase di transizione. Le imprese che oggi non rientrano negli obblighi di rendicontazione si trovano spesso in una posizione intermedia: non sono tenute a redigere un bilancio di sostenibilità secondo gli standard CSRD, ma non possono neppure ignorare le domande informative provenienti dall’esterno. In questo spazio si collocano le nuove soluzioni europee di rendicontazione volontaria, pensate non come estensione surrettizia degli obblighi, ma come strumenti di equilibrio tra proporzionalità regolatoria e funzionamento del mercato.

Il Pacchetto Omnibus I e la revisione delle soglie di applicazione

Il Pacchetto Omnibus I introduce una ridefinizione sostanziale del perimetro degli obblighi europei in materia di sostenibilità d’impresa, intervenendo in modo selettivo sulle soglie di applicazione delle principali normative ESG. L’obiettivo dell’intervento non è quello di ridimensionare le finalità della transizione sostenibile, ma di concentrare gli adempimenti più complessi sulle imprese di maggiori dimensioni, ritenute maggiormente in grado di sostenerne l’impatto organizzativo.

In particolare, la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) trova oggi applicazione esclusivamente nei confronti delle imprese con oltre 1.000 dipendenti e un fatturato annuo superiore a 450 milioni di euro. Una revisione ancora più restrittiva interessa la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD), il cui ambito di applicazione viene limitato a un numero molto contenuto di grandi gruppi, sia europei sia extra-UE. Ne consegue l’esclusione di una parte significativa delle imprese che, secondo l’impianto originario, avrebbero dovuto avviare percorsi strutturati di rendicontazione nei prossimi anni.

Questa scelta produce un effetto rilevante sul tessuto produttivo europeo: per molte imprese, in particolare piccole e medie, la rendicontazione di sostenibilità perde il carattere di obbligo giuridico diretto. Ciò non equivale tuttavia a un’uscita dal perimetro ESG, ma piuttosto a un cambiamento di ruolo, in cui la sostenibilità diventa una variabile strategica in relazione con il mercato, più che un adempimento imposto dalla norma.

Le richieste ESG “di fatto”: banche, clienti e supply chain

Nonostante la riduzione degli obblighi formali introdotta dal Pacchetto Omnibus I, nella prassi molte imprese continuano a confrontarsi con richieste ESG provenienti dall’esterno. Il venir meno dell’obbligo di rendicontazione non ha infatti comportato una diminuzione dell’attenzione del mercato verso i profili ambientali, sociali e di governance, che restano centrali nei processi decisionali di numerosi attori economici.

In primo luogo, gli istituti di credito integrano sempre più spesso indicatori ESG nelle valutazioni del rischio e nelle condizioni di accesso al finanziamento. Anche in assenza di obblighi normativi diretti, alle imprese viene richiesto di fornire informazioni su consumi energetici, gestione del personale, politiche di governance o rischi ambientali, in un’ottica di mitigazione del rischio e di allineamento alle politiche di sostenibilità del sistema finanziario.

Alle imprese viene richiesto di fornire informazioni su consumi energetici, gestione del personale, politiche di governance o rischi ambientali, in un’ottica di mitigazione del rischio e di allineamento alle politiche di sostenibilità del sistema finanziario.

Un ruolo altrettanto rilevante è svolto dai clienti corporate e dalle imprese capofila di filiera. Le grandi aziende soggette alla CSRD sono chiamate a rendicontare anche gli impatti lungo la catena del valore e, per farlo, trasmettono richieste informative ai propri fornitori. In questo contesto, le imprese di minori dimensioni possono trovarsi esposte a questionari e richieste eterogenee, spesso non coordinate tra loro e talvolta sproporzionate rispetto alle reali capacità organizzative.

È in questo spazio, tra assenza di obbligo giuridico e persistenza delle richieste di mercato, che si colloca la necessità di strumenti comuni e proporzionati. La sfida per le imprese non è tanto “se” rispondere alle richieste ESG, quanto “come” farlo in modo strutturato, evitando soluzioni improvvisate che rischiano di generare inefficienze e incoerenze informative.

vsme

Lo standard VSME: perché nasce e a chi si rivolge

Lo standard VSME nasce proprio per rispondere allo scenario delineato nei paragrafi precedenti, in cui molte imprese non sono più soggette a obblighi normativi diretti, ma continuano a ricevere richieste ESG da parte di banche, clienti e partner commerciali. Elaborato dall’EFRAG su mandato della Commissione europea, il VSME è pensato come uno strumento volontario, proporzionato e accessibile, destinato alle piccole e medie imprese e, più in generale, a tutte le realtà escluse dal perimetro della CSRD.

A differenza degli European Sustainability Reporting Standards applicabili alle grandi imprese, il VSME adotta un’impostazione semplificata e modulare. L’obiettivo non è replicare in forma ridotta la complessità della CSRD, ma offrire un linguaggio comune e condiviso per comunicare informazioni ESG essenziali, evitando che ogni interlocutore richieda set di dati diversi o non coordinati. In questo senso, il VSME si colloca come standard di riferimento europeo per la rendicontazione volontaria delle PMI. Il target dello standard è ampio: include imprese che operano come fornitori all’interno di catene del valore strutturate, aziende che intrattengono rapporti con il sistema bancario o che partecipano a procedure di gara, nonché realtà che intendono dotarsi di un quadro ordinato per raccogliere e organizzare informazioni ESG di base. Il VSME risponde quindi a un’esigenza pratica prima ancora che normativa, offrendo alle imprese uno strumento per gestire in modo coerente e credibile le richieste esterne, senza trasformarle in un onere sproporzionato.

Il Value Chain Cap: un limite normativo alle richieste sproporzionate

Accanto allo standard VSME, il Pacchetto Omnibus I introduce un ulteriore elemento di rilievo per le imprese non soggette alla CSRD: il cosiddetto Value Chain Cap. Questo meccanismo nasce per affrontare uno dei principali effetti collaterali della regolazione ESG degli ultimi anni, ossia la tendenza delle imprese di maggiori dimensioni a trasferire lungo la catena del valore richieste informative sempre più estese.

Il Value Chain Cap stabilisce un principio chiaro: le imprese soggette alla CSRD non possono richiedere ai propri fornitori o partner commerciali, quando questi non rientrano nel perimetro della direttiva, informazioni ESG che eccedano il contenuto dello standard volontario VSME. In questo modo, il legislatore europeo introduce un limite normativo alle richieste di filiera, evitando che gli obblighi di rendicontazione vengano estesi indirettamente a soggetti esclusi dalla disciplina.

Il Value Chain Cap stabilisce un principio chiaro: le imprese soggette alla CSRD non possono richiedere ai propri fornitori o partner commerciali, quando questi non rientrano nel perimetro della direttiva, informazioni ESG che eccedano il contenuto dello standard volontario VSME.

La funzione del Value Chain Cap è duplice. Da un lato, tutela le imprese di minori dimensioni dal rischio di oneri sproporzionati, spesso difficili da gestire sul piano organizzativo. Dall’altro, contribuisce a creare maggiore coerenza e prevedibilità nei rapporti di filiera, riducendo la frammentazione delle richieste ESG e rafforzando il ruolo del VSME come riferimento comune. In questo assetto, la sostenibilità non viene scaricata a valle, ma gestita entro confini proporzionati e giuridicamente definiti.

VSME come standard di equilibrio nel nuovo contesto europeo

In conclusione, il Pacchetto Omnibus I ha ridefinito in modo netto il perimetro degli obblighi normativi in materia di sostenibilità, riportando la rendicontazione strutturata entro confini più selettivi e coerenti con il principio di proporzionalità. Per molte imprese, in particolare piccole e medie, questo ha significato l’uscita da un quadro di adempimenti cogenti che appariva sempre più complesso e oneroso. Tuttavia, come visto, la riduzione degli obblighi non ha cancellato il ruolo dell’ESG nel funzionamento del mercato.

Le richieste provenienti da banche, clienti e filiere continuano a rappresentare un elemento strutturale del contesto economico, indipendentemente dalla soggezione formale alla CSRD. In questo scenario, la sostenibilità non si configura più come un adempimento imposto dall’alto, ma come una dimensione informativa da gestire in modo consapevole e ordinato, evitando sia l’iper-regolazione sia l’improvvisazione.

È in questo spazio che lo standard VSME trova la propria funzione. Non come obbligo surrettizio, né come semplice esercizio volontario, ma come strumento europeo pensato per offrire alle imprese un linguaggio comune, proporzionato e riconosciuto. In combinazione con il Value Chain Cap, il VSME contribuisce inoltre a riequilibrare i rapporti di filiera, ponendo un limite alle richieste ESG sproporzionate e rafforzando la certezza del quadro informativo.

Nel nuovo assetto delineato dall’Omnibus, la scelta per le imprese non è più se “fare ESG” o meno, ma come collocarsi in modo efficace all’interno di un contesto che continua a valorizzare trasparenza, affidabilità e capacità di risposta. Il VSME rappresenta, in questo senso, una soluzione di equilibrio tra esigenze di mercato e sostenibilità operativa, consentendo alle imprese di governare le richieste esterne senza trasformarle in un onere strutturale.

Vuoi approfondire lo standard VSME?

Di seguito trovi una selezione di contenuti video realizzati dall’EFRAG che approfondiscono nel dettaglio la struttura e i principali ambiti dello standard VSME. I video offrono una lettura operativa dei requisiti e delle logiche sottostanti, utile per comprendere come lo standard è stato progettato e come può essere utilizzato nella pratica dalle imprese.

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